Mariacarmela Giordano

20/03/2021

Covid e Telelavoro, in Italia e in Europa

L’indagine di Eurofound



Fra le tante indagini svolte dall’inizio della pandemia su questo tema, ci ha colpito quella dell’organizzazione EU Eurofound, (Eurofound (2020), Living, working and COVID-19), lanciata ad Aprile e a Luglio 2020, e che vedrà a breve una nuova edizione.


L’indagine affronta numerosi aspetti dell’impatto pandemico sulla vita e sul lavoro dei cittadini di ogni stato dell’UE, dedicando un’ampia sezione alla diffusione dello smart working, o meglio, del telelavoro durante la crisi, e al suo impatto sulla vita e sul benessere di chi sta vivendo questa esperienza.




Telelavoratori all’improvviso



L’indagine sottolinea come l’adozione del lavoro da remoto sia stata quasi ovunque improvvisa, collegata alla pandemia e non pianificata.


Prima del Covid, solo il 18% dei lavoratori europei, e l’8% degli italiani, lavorava da remoto.

A Luglio 2020, circa il 50% dei rispondenti lavoravano da casa almeno parte del tempo, incluso un 33% che lavorava esclusivamente da casa. 

Molto spesso, senza che l’azienda avesse fatto in tempo a fornire le dotazioni necessarie (47% dei telelavoratori).


Questa esperienza dirompente ha avuto effetti molto variegati sulla qualità della vita e del lavoro di chi vi è stato coinvolto.




Luci e ombre del Telelavoro



In generale, il telelavoro ha offerto maggiore flessibilità e autonomia nell’organizzazione delle attività, incrementando efficienza e produttività. Ha contribuito a un miglior bilanciamento fra lavoro, impegni familiari e tempo libero, e ha eliminato tempi e costi di trasferta casa-ufficio, senza incidere negativamente sul supporto fornito da colleghi e capi ai lavoratori da remoto.


Tuttavia, vi sono anche diversi aspetti critici legati a questa modalità organizzativa e alla sua adozione improvvisa e forzata.


Uno dei più seri riguarda l’assottigliamento del confine fra vita professionale e vita privata. 

I telelavoratori sono sempre raggiungibili via telefono, e-mail o chat, anche al di fuori del normale orario, e questo porta facilmente a una cultura dell’iperconnessione, a maggiori carichi di attività e al rischio di burn-out.


I rispondenti in home-working dichiarano di dover lavorare nel tempo libero più spesso di chi lavora in presenza, soprattutto quando ci sono bambini in famiglia. 

In particolare, chi lavora esclusivamente o prevalentemente da casa ha dichiarato di aver lavorato oltre 48 ore alla settimana, nel periodo considerato dall’indagine.


Il telelavoro si è dimostrato gravoso soprattutto per le madri lavoratrici, costrette a destreggiarsi fra attività professionali, didattica a distanza e assistenza familiare nei medesimi spazi. Difatti, ben pochi telelavoratori possono contare su spazi dedicati alle attività professionali, nella loro casa.


Vi sono poi altri elementi della qualità del lavoro, in cui i telelavoratori sono risultati più fragili, ad esempio nel percepire utile il lavoro svolto, o nella sensazione di isolamento, specialmente fra i più giovani.


Ma anche il lavoro in presenza ha i suoi aspetti critici, a dimostrazione che non è facile riorganizzarlo efficacemente e in sicurezza, in un periodo tanto complesso.


Più di 4 lavoratori su 10, infatti, si sentono a rischio di contrarre il Covid a causa del loro lavoro, e quasi 3 dipendenti su 10, fra coloro che devono indossare dispositivi di protezione personale (PPE), li ricevono solo occasionalmente o per nulla dalle loro aziende.




Tirando le somme




L’esperienza del lavoro da casa durante la crisi Covid è stata positiva per quasi il 56% dei rispondenti italiani.


Nell’indagine di Luglio, complessivamente, oltre tre quarti dei rispondenti dichiara che preferirebbe lavorare da casa almeno occasionalmente, se non ci fossero restrizioni Covid e quasi il 42% degli italiani vorrebbe svolgere da remoto le proprie attività almeno alcuni giorni alla settimana.


In generale, la modalità organizzativa preferita prevede un mix di telelavoro e di lavoro in presenza, molto più simile al vero smart working che all’esperienza vissuta in pandemia.


Il telelavoro – o più auspicabilmente lo smart working – quindi, rimarrà probabilmente molto diffuso anche dopo la crisi.


Le implicazioni per le aziende includono la necessità di ulteriori investimenti tecnologici, soprattutto (ma non solo) in connettività e sicurezza delle reti, così come una maggiore complessità nell’assegnazione dei carichi di lavoro e nella schedulazione delle attività.


Dal canto nostro, aggiungeremmo la necessità di ripensare i processi organizzativi e operativi, scollegandoli dalla presenza fisica dei collaboratori in un luogo specifico.


Soprattutto, è necessario implementare una cultura aziendale basata sulla valutazione dei risultati effettivi, più che sul controllo della presenza dei collaboratori, e un approccio manageriale più collaborativo che ispettivo, improntato all’assegnazione sistematica di obiettivi specifici e al mantenimento costante delle relazioni personali, anche da remoto.


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